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Pare proprio che quest'anno non ci resterà impresso come uno dei migliori per il nostro Paese e non è nemmeno escluso che in futuro ci ritroveremo a citarlo come simbolo del periodo di crisi per l'economia e per la governabilità delle Istituzioni che stiamo attraversando.
Ma in tema di memoria e di senso del ricordo questo 2012 possiede già un’indubbia e particolare importanza, quella derivatagli da due anniversari di tutto rilievo: il quarantennale dell'omicidio Calabresi e il ventennale delle stragi di Capaci e via D'Amelio.
Si tratta di eventi davvero molto rilevanti, eccezionalmente tragici e, soprattutto, pieni di significati per il contesto in cui sono avvenuti e gli effetti che hanno prodotto.
Il giovane Commissario Luigi Calabresi venne falciato sotto casa il 17 maggio 1972 come atto di vendetta, cieca e furiosa, per la misteriosa morte di Giuseppe Pinelli, l'anarchico volato giù da una finestra della Questura di Milano nel corso di un lungo, duro e infruttuoso interrogatorio nell'ambito delle indagini sulla bomba di piazza Fontana. E se proprio quella strage nel centro di Milano rappresenta il debutto degli anni di piombo, la stagione più buia e violenta della storia recente italiana, si può dire che l'assassinio del funzionario dell'Ufficio Politico rappresenti un po' la definitiva 'perdita dell'innocenza' per tutto l'ampio, composito ed esuberante movimento di protesta che stava spingendo il rinnovamento della società.
Calabresi venne freddato dopo una pubblica campagna di accusa che gli addossava la diretta responsabilità della morte di Pinelli, un'azione metodica e spietata alimentata dal gruppo Lotta Continua e sostenuta incredibilmente anche da un vasto cartello di intellettuali sottoscrittori di un pessimo ed inopportuno atto d'accusa pubblicato su l'Espresso.
A rendere più 'pesante' tutta la vicenda concorrono in modo determinante l'assenza di verità certe sulla bomba fatta esplodere il 12 dicembre 1969 nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana – 17 morti, 88 feriti e nessun colpevole - e sulla morte di Pinelli, ma anche le polemiche sulla sentenza che ha individuato in 4 attivisti di Lotta Continua i mandanti e gli esecutori dell'omicidio di Calabresi.
Però il suo particolare disvalore è costituito dall'essere la prima condanna a morte, il primo fatto eclatante di 'eliminazione' operato da quel settore dello schieramento politico extraparlamentare trasformatosi nel fronte terroristico: da allora in poi tutti i rigurgiti eversivi hanno sempre inseguito l'omicidio simbolico come esame di maturità, la vittima eccellente da esibire per ottenere credibilità. E' stato così per gli ultimi tentativi di ricostruzione delle Brigate Rosse e gli omicidi D'Antona e Biagi.
L'altro anniversario è il ventennale degli attentati in cui sono morti i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: il primo è stato fatto esplodere il 23 maggio 1992 insieme alla moglie e tre agenti della scorta mentre percorrevano l'autostrada all'altezza di Capaci, il secondo fatto saltare in aria nel centro di Palermo il 19 luglio dello stesso anno, assieme ai cinque agenti che lo proteggevano, mentre faceva visita all'anziana mamma.
La popolarità dei due magistrati, unanimemente conosciuti come i principali protagonisti della lotta contro la Mafia, l'eccezionale livello di violenza usata e la sfrontatezza con cui Cosa Nostra ha mostrato di non temere alcunché hanno reso queste due stragi la 'dichiarazione di guerra' consegnata dalla più potente organizzazione criminosa allo Stato italiano.
Sin da subito la reazione a queste ferocissime stragi, cui sono seguiti alcuni attentati meno cruenti ma altrettanto gravi sul piano simbolico, è stata netta e corale: è fiorito un moto diffuso di contrasto alle pratiche di taglieggiamento, di impulso alla cultura dell'antimafia e di sostegno alla legalità in genere.
Il clamoroso sacrificio di questi uomini dello stato, rappresentanti della Giustizia e della Sicurezza, ha anche stimolato poi il ricordo delle tantissime persone morte per la difesa dei valori che sostengono la vita e l'organizzazione collettiva: poliziotti, giudici, giornalisti, amministratori locali, politici, ed anche semplici cittadini che hanno sacrificato la vita e che rischiavano di venire dimenticati.
Ad ogni buon conto, pure per le due stragi del '92 è arrivata l'onda lunga della polemica fatta di sospetti, di misteri (la famosa agenda rossa di Paolo Borsellino mai ritrovata, i possibili depistaggi, la presunta trattativa tra mafia e stato, ecc..) di rivelazioni tardive dei pentiti, di intrighi e di rilettura dei fatti.
Non tutto è ancora chiaro, ma di certo il martirio di quei servitori dello stato che, pur esposti ad un rischio di morte molto alto - chi non ricorda quanto fosse diffusa la convinzione che la Mafia avrebbe provato a sbarazzarsi di quei nemici scomodi? - avevano continuato a combattere la 'piovra' resta un esempio ineguagliabile e preziosissimo.
E oggi che il tono del dibattito pubblico si sta pericolosamente alzando, spinto dalla crisi economica, dalle grosse difficoltà del mondo del lavoro, dai problemi della politica e dall'aumento generale del disagio sociale, il ricordo di eventi così laceranti e di persone così risolute nel difendere i principi che sostengono la convivenza è, a sua volta, un valore irrinunciabile.
Già le strutture investigative hanno preannunciato il rischio che riaffiori la tentazione, da parte delle frange più estreme della contestazione, di arrivare al 'bersaglio umano' e già qualcuno si è messo a fare il verso ai rivoluzionari degli anni '70 andando a gambizzare un dirigente di una grossa industria in quel di Genova.
A darci lo stimolo per fermare la ricomparsa della violenza nel confronto fra gli attori sociali non devono essere solo l'evidente convenienza e le pur importanti regole della morale e del diritto, ma anche il ricordo dell'esempio di chi ha dimostrato, perdendo la vita, quanto inutile e insensata sia ogni via che allontana il contraddittorio dalla misura della civiltà.
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